In un periodo della mia vita intenso di emozioni e cambiamenti, mi feci seguire da un medico omeopata che mi disse:
“Fai meditazione trascendentale, Rachele. Trascendi.”
La trascendenza, l’arte di saper lasciare andare.
Di liberarsi dai pesi e dalle strutture che opprimono la mente e bloccano i sentimenti.
Quell’arte che meglio si esprime con il corpo nella sua tipica posizione: come un fiore di loto, gli occhi chiusi, i polpastrelli dei pollici che toccano quelli delle dita medie, e un respiro consapevole capace di sciogliere le tensioni.
E poi andare lontano.
Fuori dal corpo, fuori dai pensieri.
Sganciarsi dalle incombenze che opprimono, dai dolori difficili da verbalizzare.
Trascendere: liberarsi dalla gogna dei rimorsi, dal peso delle relazioni inquinanti.
Aprirsi alla leggerezza dell’essere.
Al rientro, si ha la sensazione di aver compiuto un viaggio breve ma intenso, quasi un viaggio di piacere.
Eppure fugace, dopo un po’, il rumore ritorna.
Oggi, avendo ascoltato — e continuando ad ascoltare — la storia di molte persone, di ogni genere e orientamento sessuale, di ogni estrazione sociale, sento di poter dire questo: la trascendenza, per essere tale, deve attraversare e contemplare l’immanenza.
Molti scambiano la trascendenza per una via di fuga dal dolore, o per un modo spirituale di scrollarsi di dosso il peso della vita.
Ma allontanarsi, con l’idea di poter lasciare andare ciò che ci rende inquieti o mal disposti, non implica una serenità vera e duratura.
Per me, la vera trascendenza non è evasione.
È trasmutazione.
Ed è proprio nell’immanenza che questa trasmutazione trova il suo tornio: il luogo su cui poggiare l’argilla del nostro vissuto per lavorarla, plasmarla, trasformarla in un mezzo, attraverso cui le parti spezzate di noi possano ricomporsi nell’unità di corpo, emozione, mente e spirito.
Non si tratta di allontanarsi da ciò che fa male, ma di attraversarlo fino a scioglierlo dalla forma inquietante e pesante che, spesso inconsciamente, gli abbiamo attribuito e da cui ci facciamo volontariamente o involontariamente schiacciare.
La trascendenza, allora, non nega l’immanenza: la attraversa, la lavora, la illumina, la alleggerisce.
E forse, finché siamo incarnati, non possiamo davvero trascendere nulla senza prima avere il coraggio di vivere ciò che siamo, qui, nel corpo, nella materia, nella ferita, nella verità del presente.
Perché l’immanenza non è il contrario della trascendenza.
È la sua soglia.
Il suo grembo.
Il suo inizio.