Le reazioni interiori che nascono dalle emozioni dissonanti, dalle ferite non ascoltate, dalle ingiustizie subite, dall’abbandono, dal rifiuto, dal tradimento, dall’umiliazione o dalle mancanze d’amore, spesso vengono abbracciate proprio dal dolore.

È lui, inizialmente, a farsene carico.

Il dolore diventa il nostro primo soccorritore.
Crea un confine, un abbraccio congelato che congela altri confini, quali la rabbia, la chiusura, la difesa, nel tentativo di sostenere quel crollo interiore che, a volte, può farci sentire come se stessimo morendo dentro.

Ma ogni volta che tratteniamo un ricordo senza trasformarlo, una parte di noi continua a vivere lì.

Nel momento in cui siamo stati feriti.
Nel punto in cui non siamo stati visti.
Nella parola che ci ha spezzato.
Nell’assenza che ci ha lasciato soli.

E così il dolore non resta passato.

Diventa presenza.
tensione, difesa, rabbia, chiusura, paura, risentimento.

Contamina ciò che viviamo e ciò che pensiamo.
Contamina il modo in cui guardiamo noi stessi, gli altri e la vita.

Il dolore consuma perché ci chiede energia ogni giorno.

Energia per controllare, per proteggerci, per non sentire, per non fidarci più.

Ma guarire non significa dimenticare.

Guarire significa smettere di lasciare che quella ferita rimanga incantata in un tempo fermo, un tempo sospeso, un tempo che impedisce al nuovo inizio di arrivare.

Significa guardarla con amore.
Riconoscerla.
Darle un nome.
E poi, lentamente, lasciarla andare.

Significa sciogliere quelle lacrime congelate, liberare il pianto trattenuto e restituire a noi stessi ciò che il dolore ci aveva tolto: pace, respiro, fiducia, presenza, vita.

Perché ciò che non viene accolto continua a consumarci.

Ma ciò che viene portato alla luce può finalmente iniziare a trasformare la nostra esistenza.

E allora, passo dopo passo, impariamo a scegliere con più consapevolezza dove posare i piedi: se continuare a camminare nel fango della ferita, o iniziare a riconoscere, anche lì, la possibilità di un sentiero ricoperto di petali.

Congedo al dolore:

Caro dolore, ti ringrazio.

Sei arrivato per proteggermi quando non sapevo come restare in piedi.

Hai custodito la mia ferita, hai dato un confine al mio crollo, hai parlato dove io non avevo voce.

Ora ti vedo, ti riconosco e ti onoro.

Ma non ho più bisogno che tu mi trattenga nel passato.

Con amore ti lascio andare. Riprendo il mio respiro, la mia pace, la mia fiducia e torno alla vita.

In questo processo di ascolto, consapevolezza e liberazione emotiva, non sempre è necessario camminare da soli.
Essere accompagnati con delicatezza può aiutare a riconoscere ciò che il dolore custodisce, sciogliere ciò che è rimasto sospeso e ritrovare, passo dopo passo, il proprio centro.

Se senti che è il tuo momento, posso accompagnarti in un cammino di liberazione emotiva e recupero della tua energia vitale.